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GASTONE PIETRUCCI E LA MACINA Aedo malinconico ... Vol. III


Price: euro13.00



“AEDO MALINCONICO ED ARDENTE, FUOCO ED ACQUE DI CANTO”
con la partecipazione straordinaria di

BANDA OSIRIS-MARINO & SANDRO SEVERINI-GANG-MARCO POETA
AMBROGIO SPARAGNA-ORCHESTRA DA CAMERA DELLA “SCUOLA MUSICALE G. B. PERGOLESI” DI JESI DIRETTA DAL MAESTRO STEFANO CAMPOLUCCI

A Giorgio ed ai miei attuali, indispensabili compagni di viaggio:
Adriano, Marco, Michele, Riccardo, Roberto.

Con questo attuale terzo CD si completa la trilogia dell’ Aedo malinconico ed ardente, fuoco ed acque di canto. Un lavoro che seguendo la linea del primo (ripresa e nuove interpretazioni di brani già precedentemente incisi, insieme a brani inediti, registrato in presa diretta), prosegue ed amplifica la linea già intrapresa dal secondo: quello dell’inserimento, in scaletta, di ben cinque brani al di fuori del repertorio “popolare” marchigiano de La Macina. Tanto che al tradizionale sottotitolo Canti della cultura orale marchigiana è stato aggiornato: ed altri percorsi.
Tuto è corpo d’amore, una delle più “popolari” liriche di Franco Scataglini, fa parte di un progetto più ampio de La Macina, che ha musicato ben ventiquattro poesie1 del grande poeta anconetano. Questa lirica è stata musicata da Adriano Taborro, ed è stata eseguita per la prima volta, il 12 Agosto 2005 in Ancona, nella suggestiva cornice dell’antico Anfiteatro romano, in occasione della prima dell’ omonimo concerto tenuto da La Macina, con la partecipazione straordinaria di Massimo Raffaeli e Francesco Scarabicchi.
E’ lunga la strada fa parte del repertorio “politico” meno conosciuto di Virgilio Antonio Savona, leader e fondatore dello storico Quartetto Cetra, recentemente scomparso. La versione live che viene riportata nel CD è stata eseguita dai Macina-Gang, nell’edizione del “Tenco 2004”, dove erano stati invitati come “Super-Gruppo dell’anno”, ed è tratto dal CD Seguendo Virgilio. Dentro e fuori il Quartetto Cetra2 .
Il Natale è il 24 è un dovuto omaggio de La Macina al grande Piero Ciampi, “barbone celeste” (come lo ha descritto splendidamente Massimo Raffaeli). Anche questa canzone fa parte di un altro grande progetto musicale de La Macina quel “Sono bello, bellissimo, il più bravo e non perdono”,3
Supplica a mia madre, una delle più intense, drammatiche e struggenti liriche di Pier Paolo Pasolini, musicata sempre da Adriano Taborro, ed eseguita per la prima volta il 9 Giugno 2005, al Teatro “Pergolesi” di Jesi, nel Concerto grosso per Pier Paolo Pasolini: “A Pà” 4.
Dicono di me (To The Unknown Man) di Vangelis nella versione italiana di Annamaria Testa, chiude il CD5.
Da sottolineare infine la ripresa di una serenata popolare, “Dormi dormi mia giovane ‘nesta...”, già incisa nel 1984, nel secondo lavoro discografico de La Macina, 6 e riproposta in uno speciale e suggestivo arrangiamento per una Orchestra da Camera, diretta dal Maestro Stefano Campolucci.
Naturalmente ancora un sentito grazie a tutti gli ospiti che hanno impreziosito anche questo terzo lavoro: la Banda Osiris, Marino e Sandro Severini, i Gang, Marco Poeta, Ambrogio Sparagna, l’ Orchestra da Camera “Scuola Musicale G. B. Pergolesi” diretta dal Maestro Stefano Campolucci, Federico Mondelci, Màlleus, Francesco Caporaletti, Paolo Galassi, Fabio Verdini, Mario Sasso, Stefano Santini, Emanuela Sforza, Massimo Raffaeli, Francesco Scarabicchi, Allì Caracciolo ed Enrico de Angelis.

Gastone Pietrucci
Jesi, 10 Dicembre 2009



Sono cresciuto, come tanti, imparando una fondamentale distinzione, quella tra canzone popolare e canzone d’autore. Ho acquisito la prima come appartenente alla tradizione orale del popolo, come espressione diretta delle classi “subalterne”, le quali la fanno propria tramandandola nel tempo e modificandola continuamente secondo le esigenze e gli stimoli delle diverse epoche e dei diversi ambienti. La seconda è invece scritta da individualità educate, artigianalmente abili, o addirittura professionistiche;
e però ha un’immediatezza (diciamo di imitazione popolare) che la rende diffusa in larghi strati sociali. Si sa che sono distinzioni non nette: c’è una musica “di consumo” più vicina al folclore (quella dei cantastorie per esempio) e una più legata a modi intellettuali (anche qui un esempio:le arie e le romanze d’opera isolate e arrangiate come passatempo da salotto).
Poi è arrivata La Macina. E ha scombussolato tutti i miei schematismi. Avevo sentito parlare di loro come di un grande gruppo di ricerca e riproposta della musica di tradizione orale marchigiana. Ne tesseva le lodi nientemeno che Giovanna Marini, che attribuiva un “rigore non ostentato” al loro lavoro;dunque quale migliore garanzia per includerla nel casellario del canto popolare? Poi improvvisamente scopro, non so più come, che avevano messo su un intero spettacolo su Fabrizio De André. Ma come? Che c’entrava? Quindi arriverà Luigi Tenco, e poi Piero Ciampi, e ora Domenico Modugno.
A ben vedere, questi cantautori non erano scelti a caso, voglio dire non solo per la loro qualità intrinseca, ma anche perché in effetti hanno tutti qualcosa a che fare con il “popolare”. Nella sua vita De André ha utilizzato pastorelle medievali, antiche ballate inglesi e francesi, anonimi napoletani, il dialetto arcaico di Genova con tutte le sue influenze mediterranee. Tenco ha iniziato e chiuso la sua carriera artistica con esplicite dichiarazioni in questo senso: ha introdotto il suo primo album invocando
“non la musica leggera o da ballo ma la musica popolare” e ci ha lasciato il progetto incompiuto di un disco con titoli in prevalenza tradizionali. Ciampi ha dalla sua un’evidente vocazione “orale” nella musicalità, nell’improvvisazione, nella frammentarietà, nel prestarsi alla continua modificazione e trasformazione, che lo accomuna al patrimonio folclorico. E che dire di Modugno, così radicato nell’humus
dei dialetti (lui, pugliese, cantava in siciliano e in napoletano), nella cultura popolaresca, nella fisicità, nel costume, nel linguaggio del Mediterraneo.
Non potevo non entrare in contatto con questi singolari personaggi della Macina, perché, se di musica popolare ho una qualche infarinatura, alla canzone d’autore ho dedicato una vita. Scopro così un’intera compagnia di belle persone, cordiali, illuminate, artisticamente entusiasmanti. Scopro la simpatia e la voce rauca e ombrosa di Gastone Pietrucci, che con la stessa confidenza e lo stesso amore canta i documenti della tradizione marchigiana e i capolavori dei più grandi cantautori italiani.
Addirittura imbastisce un concerto dove ogni canzone di De André viene affiancata ad un pezzo popolare che in qualche modo vi si collega. Incredibilmente, la Macina si unisce a uno storico e tiratissimo gruppo rock, i Gang, per realizzare, oltre che innumerevoli incontri dal vivo, un disco metà in dialetto e metà in lingua, che gli merita l’invito al Premio Tenco. Ancor più incredibilmente, mi chiamano a fare voce narrante in uno spettacolo su Ciampi. Scopro i loro dischi, tra cui un paio dal titolo davvero bizzarro e irripetibile, “Aedo malinconico ed ardente, fuoco ed acque di canto”: un titolo che qualunque ufficio di marketing discografico avrebbe immediatamente bocciato. Dentro ci sonoi canti della cultura orale marchigiana, ma ci sono anche echi di Moni Ovadia, di Dodi Moscati, di Giovanna Marini, degli stessi Gang, ovvero di grandi “autori” della musica e del teatro del nostro Paese.
Ora l’astruso titolo di Pietrucci completa una sua trilogia con il presente album, per così dire antologico di tante e varie esperienze, per cui anche qui troviamo brani anonimi e altri d’autore, e che autori: Franco Scataglini, Virgilio Savona, Piero Ciampi, Pier Paolo Pasolini, Vangelis. Per non parlare di “ospitate” come quelle della Banda Osiris o di Ambrogio Sparagna. Anche stavolta, il repertorio contempla i due estremi della tradizione orale e della poesia scritta, così come quelle fasce intermedie che si esemplificava prima: un canto narrativo da cantastorie, una serenata eseguita con
un’orchestra classica.
Ecco così, in successione, il poeta Scataglini musicato da Adriano Taborro, come una lauda (dicono bene Massimo Raffaeli e Francesco Scarabicchi) a cui non è però estraneo l’organo hammond. Stornelli campagnoli d’amore messi nelle mani, nelle chitarre e nei controcanti dei Gang. Il provvidenziale recupero del meno noto repertorio civile e politico anni ’70 di Virgilio Savona, il genio del Quartetto Cetra, nel contesto di un progetto dedicato a Savona dal Club Tenco. Un foglio volante diffuso tra le filandare che si immagina svolazzare fino in Portogallo e diventare fado con la chitarra di Marco Poeta. L’anarchia esistenziale, il delirio di onnipotenza poetica di Piero Ciampi, per il quale il Natale è il 24. Un inedito frammento che, nell’originale spirito dinamico della musica popolare, ci integra una ballata che Caterina Bueno ci ha fatto amare. Una straziante protesta antimilitarista e antinapoleonica che ahimè si potrebbe cantare oggi per tutti quelli mandati alle guerre del nostro tempo. I doppi sensi di un contrasto cumulativo calato in mezzo ai circensi sberleffi strumentali della Banda Osiris. Un frammento raccolto da due sarte di Jesi che si apre, si dilata, si innalza lentamente, sospinto dagli archi di un’orchestra da camera. Un canto di lavoro prelevato dallo storico “Ci ragiono e canto” di Dario Fo, per il quale la Macina chiama a soccorso il ritmo della chitarra elettrica, del basso e dell’organo hammond. L’angoscia di Pasolini resa leggera e fatalista dalla musica e dal canto di Taborro & Pietrucci. Un gioiellino di Vangelis che sembra uscito, guarda caso, dalla penna di Piero Ciampi.
Ce n’è per tutti: per chi ama Piero Ciampi, appunto, e per chi ama Caterina Bueno. La Macina ha cancellato confini, ha abbattuto frontiere come dovrebbe essere ovunque per qualsiasi genere di frontiere.
Enrico de Angelis, Verona, 27 Dicembre 2009